Editore: Croxarie
Pagine: 100
Anno: 2018
File: nereidi.pdf

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Recensione

Ci siamo conosciuti sui banchi di scuola. Era il 1984. Ricordo benissimo il momento: è entrato in classe, mi ha guardato negli occhi e ha esclamato: “sono il professore di disegno”. Poi, con un sorriso puro come l’acqua del Lagorai, si è seduto accanto a noi e con tono squillante ha chiesto: “E ora cosa facciamo?”.
Con lui non ho mai provato la normale sensazione di distacco tra insegnante e studente. Nereo, anzi, il professor Tomaselli, era piuttosto il nostro leader, da seguire senza ricevere ordini o imposizioni.
Mi insegnò e mi insegna ancora moltissimo. Un giorno mi ha spiegato la prospettiva, poi ha detto che non serve a nulla. Ci ha fatti uscire dalla scuola e con tutta la classe siamo andati a passeggiare sulle rive del torrente Chieppena. Ha quindi spiegato che la prospettiva non serve proprio a nulla se prima non riusciamo a cogliere ciò che veramente ci emoziona. Mi diceva: “Preferisco che facciate il disegno brutto di una cosa bella che il bel disegno di una cosa insignificante”. Così abbiamo iniziato ad amarlo tutti.
Dopo la scuola il nostro rapporto si è evoluto in una buona amicizia. Spesso ci troviamo a discutere sul significato della parola arte e del suo strano rapporto con essa. “Tutto ciò che un critico recensisce, una galleria espone e un mercante commercia” potrebbe essere una delle ultime provocazioni su cui abbiamo discusso, con Nereo pronto a incalzare: “Hai viso? L’artista non c’entra nulla, manco è presente, io parlo di un’altra arte, in cui l’artista è in funzione con la materia: l’artista è parte integrante dell’arte stessa”.
Le nostre discussioni continuano all’infinito. Però una particolarmente ricorrente riguarda la riconoscibilità dell’artista. Gli contesto spesso che la sua poliedricità nel cambiare tecniche, stili e modalità rende difficile riconoscere il Nereo artista nelle sue opere.
Perché lui è eclettico: un raffinato fotografo, un pittore e scultore che utilizza le tecniche più diverse (disegno, tempera, aerografo, mosaico, ceramica) così come i materiali più disparati (creta, legno, ceramica, ferro, vetro, assemblaggi...) e ciò può apparire disordinato a uno sguardo superficiale.
Ma il fil rouge c’è ed è in realtà ben chiaro e riconducibile alla natura stessa dell’artista. Un sognatore, uno sperimentatore con una grandissima manualità, che probabilmente ispirato dall’arte africana di Picasso (pensiamo al quadro Les demoiselles d’Avignon, dove due figure sulla destra del dipinto rimandano a oggetti d’artigianato africano) richiama in tutto il suo percorso la presenza continua, quasi assillante della “maschera”, della copertura, del nascondere e svelare. È una poetica che unisce le prime maschere, chiaramente tribali, a quelle “tecnologiche”, con l’inserimento di tasselli recuperati dal mondo dei computer, arrivando al robot, la componente meccanica della natura umana, l’accentuazione e il completamento tecnologico delle precedenti maschere, per arrivare infine a Pinocchio, con la sua natura intrinseca del robot perfetto (ancor più accentuata dal fatto che il Pinocchio è di legno: materia particolarmente amata).
C’è però una costante più immediata nelle sue opere: la geometria, che ritrova nel quadrato la sua più frequente apparizione. Lo possiamo ben vedere nella serie dei “vetri”, dove l’ordine lascia talvolta spazio a una visione futurista (già presente anche nelle ceramiche), probabile evoluzione del cubismo in omaggio, ancora una volta, al maestro Picasso.
Nereo, figlio di falegname con una grande passione per il disegno, studia all’istituto d’arte di Trento, dove si diploma nel ‘56. Poi il Magistero d’Arte a Firenze, dove ottiene la laurea. Inizia così una lunga carriera da insegnante nelle scuole medie di Grigno, Tezze, Pieve Tesino, Strigno e all’Arcivescovile di Trento. Nel frattempo però lui continua a sperimentare: tecniche diverse, olio, acrilico, soprattutto in un periodo in cui si cimenta nell’astrattismo, pur non riuscendo a liberarsi completamente da forma e materia. Solo in seguito, con l’areografo, il passaggio tra i due mondi risulterà perfettamente naturale.
Alla fine Nereo ritorna sempre alla sua passione: il legno, ereditata dal padre assieme alle tecniche per “plasmarlo”.
Lo usa naturale o policromo, lavorato a mano o a macchina, con riferimenti a grandi artisti come Depero nella festosità delle forme, a Vallazza negli intarsi o a Brancusi nella ricerca della verticalità ma il lavoro complessivo risulta assolutamente unico e personale.
Sono felice Nereo, felice perché questa tua esposizione è un nuovo pretesto per poterci confrontare con sempre maggiore vigore. Magari, per una volta, litigando veramente.
Con affetto.
Claudio

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