Attraverso la mappa di comunità gli abitanti di un luogo hanno la possibilità di rappresentare il patrimonio, il paesaggio, i saperi in cui si riconoscono e che desiderano trasmettere alle nuove generazioni. Evidenzia il modo in cui la comunità locale vede, percepisce, attribuisce valore al proprio territorio, alle sue memorie, alle sue trasformazioni, alla sua realtà attuale e a come vorrebbe che fosse in futuro.

Attraverso la mappa di comunità gli abitanti di un luogo hanno la possibilità di rappresentare il patrimonio, il paesaggio, i saperi in cui si riconoscono e che desiderano trasmettere alle nuove generazioni. Evidenzia il modo in cui la comunità locale vede, percepisce, attribuisce valore al proprio territorio, alle sue memorie, alle sue trasformazioni, alla sua realtà attuale e a come vorrebbe che fosse in futuro.

La Valsugana orientale, cerniera fra Trentino e Veneto, un tempo fra Austria e Italia, ha pagato alle ragioni della Grande Guerra un altissimo tributo di uomini e cose. Il suo territorio devastato e i suoi insediamenti urbani bombardati, incendiati e depredati da entrambi gli eserciti contrapposti, rappresentano l’oggetto di una ricerca che unisce alle immagini d’epoca, belle e drammatiche, gli accorati appelli di Ottone Brentari, figlio caparbio di una terra povera e difficile che non ha mai perso, neanche negli anni bui della distruzione e dei profughi, la propria dignità e la forza di ricominciare portando incise sulla pelle viva le dure lezioni della storia.

Ciò che distingue Eugenio Prati dai suoi celebri colleghi Segantini e Bezzi (“la triade dei pittori trentini più importanti dell’Ottocento” per la critica dell’epoca) è il forte legame con le sue origini e l’amore per le tradizioni del Trentino che egli esprime in una pittura di piacevole realismo attento alla vita delle persone comuni.

La "brentana" del '66 è stata per la Valsugana orientale e per il Tesino una frattura netta, un colpo di bisturi, perfettamente in linea con i significati simbolici associati al "diluvio": la catarsi, la distruzione della vecchia e agonizzante società contadina dalla quale far sorgere, dopo un doloroso rito di purificazione, il mondo nuovo del sogno industriale, capace di curare la piaga dell'emigrazione, ancora sanguinante per una valle ai margini del benessere.

Una chiesa, dedicata alla Madonna della Neve (quasi sicuramente si voleva dire Madonna della Mercede, n.d.r.), è nominata per la prima volta nella Visita Pastorale ad Agnedo fatta dal vescovo di Feltre Pietro Maria Trevisano nel giugno 1726 (Morizzo 1911, p. 111); secondo l’opinione comune la si riteneva edificata nel 1526.

Sono molte le chiese dell'antico pievado di Strigno, ciascuna carica di leggende, architetture e tesori artistici che hanno superato le prove dei secoli, delle guerre e delle catastrofi naturali per giungere fino a noi e offrirsi al visitatore che si incamminerà lungo uno fra i più suggestivi percorsi dell’Ecomuseo della Valsugana.

Questo lavoro è il frutto di una collaborazione fra gli anziani del Centro servizi di Villa Prati e un gruppo di alunni dalla classe prima alla quinta della Scuola Primaria di Villa Agnedo che hanno frequentato le attività opzionali nell’inverno del 2013. Ancora in autunno era nata l’idea di creare qualcosa assieme; nonni e bambini si sono incontrati spesso a Villa Prati ed hanno posto le basi per la costruzione del “Villaggio degli gnomi”. Sotto la guida delle nonne, prima hanno infeltrito la lana, poi, con le stoffe ottenute, hanno confezionato i nostri vestitini; intanto i nonni costruivano le casette in legno con l’arredamento in miniatura.

Questo lavoro nasce dalla tenace volontà di Paolo Zanghellini di raccontare non solo la storia della propria famiglia di fabbri, ma anche l’orgoglio di una professione un tempo essenziale che oggigiorno va quasi del tutto sparendo.

Il paesaggio è il tema di questa ricerca, il suo lento e incessante divenire e trasformarsi attraverso il legame simbiotico tra la presenza e le attività dell’uomo e l’ambiente. In questo contesto la cara vecchia cartolina diviene mezzo privilegiato per osservare lo stratificarsi di relazioni e mutazioni che ha come centro i nuclei urbani e la loro straordinaria capacità di farsi testimoni del tempo.