Attraverso la mappa di comunità gli abitanti di un luogo hanno la possibilità di rappresentare il patrimonio, il paesaggio, i saperi in cui si riconoscono e che desiderano trasmettere alle nuove generazioni. Evidenzia il modo in cui la comunità locale vede, percepisce, attribuisce valore al proprio territorio, alle sue memorie, alle sue trasformazioni, alla sua realtà attuale e a come vorrebbe che fosse in futuro.

Attraverso la mappa di comunità gli abitanti di un luogo hanno la possibilità di rappresentare il patrimonio, il paesaggio, i saperi in cui si riconoscono e che desiderano trasmettere alle nuove generazioni. Evidenzia il modo in cui la comunità locale vede, percepisce, attribuisce valore al proprio territorio, alle sue memorie, alle sue trasformazioni, alla sua realtà attuale e a come vorrebbe che fosse in futuro.

Questo lavoro, che cerca di approfondire alcuni aspetti della storia di Samone all’incirca dal Medioevo fino ai primi decenni del Novecento, è frutto di molti anni di ricerche archivistiche, iniziate peraltro per semplice interesse personale. L’idea di mettere assieme ed elaborare le notizie raccolte è nata dunque in seguito, un po’ per volta, rafforzata dalla convinzione che forse anche qualche altro Samonato avrebbe avuto piacere di avvicinarsi al passato del nostro paese, così come era stato per me.

La Valsugana orientale, cerniera fra Trentino e Veneto, un tempo fra Austria e Italia, ha pagato alle ragioni della Grande Guerra un altissimo tributo di uomini e cose. Il suo territorio devastato e i suoi insediamenti urbani bombardati, incendiati e depredati da entrambi gli eserciti contrapposti, rappresentano l’oggetto di una ricerca che unisce alle immagini d’epoca, belle e drammatiche, gli accorati appelli di Ottone Brentari, figlio caparbio di una terra povera e difficile che non ha mai perso, neanche negli anni bui della distruzione e dei profughi, la propria dignità e la forza di ricominciare portando incise sulla pelle viva le dure lezioni della storia.

La "brentana" del '66 è stata per la Valsugana orientale e per il Tesino una frattura netta, un colpo di bisturi, perfettamente in linea con i significati simbolici associati al "diluvio": la catarsi, la distruzione della vecchia e agonizzante società contadina dalla quale far sorgere, dopo un doloroso rito di purificazione, il mondo nuovo del sogno industriale, capace di curare la piaga dell'emigrazione, ancora sanguinante per una valle ai margini del benessere.

La chiesa, dedicata a San Giuseppe, venne eretta per volere della popolazione proprio al centro del paese, a differenza di quella antica di San Donato, sorta in luogo solitario. La costruzione, iniziata nei primi anni del Novecento e interrotta dallo scoppio della Grande guerra, fu ripresa nel 1921 e portata a termine nel 1924 dall’ingegner Annibale Sittoni su disegno dell’architetto Guido Segalla, già autore dell’omonima chiesa di Ivano Fracena.

Sono molte le chiese dell'antico pievado di Strigno, ciascuna carica di leggende, architetture e tesori artistici che hanno superato le prove dei secoli, delle guerre e delle catastrofi naturali per giungere fino a noi e offrirsi al visitatore che si incamminerà lungo uno fra i più suggestivi percorsi dell’Ecomuseo della Valsugana.

Il paesaggio è il tema di questa ricerca, il suo lento e incessante divenire e trasformarsi attraverso il legame simbiotico tra la presenza e le attività dell’uomo e l’ambiente. In questo contesto la cara vecchia cartolina diviene mezzo privilegiato per osservare lo stratificarsi di relazioni e mutazioni che ha come centro i nuclei urbani e la loro straordinaria capacità di farsi testimoni del tempo.

Questo è ancora la cartolina: un dispositivo del ricordo, una traccia della memoria. Vi è in queste immagini un elemento oggettivo, impersonale, che è assente nelle fotografie di famiglia (se non in quelle "ufficiali" appunto: comunioni, diplomi, matrimoni, ...) che dà ai luoghi riprodotti il crisma della tipicità. Li fissa in una immagine riprodotta centinaia di volte che diventa il luogo canonico di quel paese o luogo.

La diretta conoscenza del territorio, nel quale vive e opera, maturata in lunghi anni, unita a uno spiccato spirito di osservazione, consentono ora a Vittorio Fabris di offrire un’ esauriente ed aggiornata descrizione del patrimonio d’arte della Valsugana orientale, articolata in due volumi.