Attraverso la mappa di comunità gli abitanti di un luogo hanno la possibilità di rappresentare il patrimonio, il paesaggio, i saperi in cui si riconoscono e che desiderano trasmettere alle nuove generazioni. Evidenzia il modo in cui la comunità locale vede, percepisce, attribuisce valore al proprio territorio, alle sue memorie, alle sue trasformazioni, alla sua realtà attuale e a come vorrebbe che fosse in futuro.

Attraverso la mappa di comunità gli abitanti di un luogo hanno la possibilità di rappresentare il patrimonio, il paesaggio, i saperi in cui si riconoscono e che desiderano trasmettere alle nuove generazioni. Evidenzia il modo in cui la comunità locale vede, percepisce, attribuisce valore al proprio territorio, alle sue memorie, alle sue trasformazioni, alla sua realtà attuale e a come vorrebbe che fosse in futuro.

Bieno: un insieme indissolubile di famiglie, negozi, strade, vedute, cieli tersi, alberi ed erba che stanno nel tempo fin dai primi anni dell’Ottocento, quando la posta arrivava col carro trainato da una pariglia e guidato, sulla strada lastricata di sassi, da intrepidi portalettere. Il tempo di abbeverare i cavalli nella piazzetta che un secolo e mezzo più tardi sarebbe diventata, sulla lingua bienata, quella di Montecitorio. 

La Valsugana orientale, cerniera fra Trentino e Veneto, un tempo fra Austria e Italia, ha pagato alle ragioni della Grande Guerra un altissimo tributo di uomini e cose. Il suo territorio devastato e i suoi insediamenti urbani bombardati, incendiati e depredati da entrambi gli eserciti contrapposti, rappresentano l’oggetto di una ricerca che unisce alle immagini d’epoca, belle e drammatiche, gli accorati appelli di Ottone Brentari, figlio caparbio di una terra povera e difficile che non ha mai perso, neanche negli anni bui della distruzione e dei profughi, la propria dignità e la forza di ricominciare portando incise sulla pelle viva le dure lezioni della storia.

La "brentana" del '66 è stata per la Valsugana orientale e per il Tesino una frattura netta, un colpo di bisturi, perfettamente in linea con i significati simbolici associati al "diluvio": la catarsi, la distruzione della vecchia e agonizzante società contadina dalla quale far sorgere, dopo un doloroso rito di purificazione, il mondo nuovo del sogno industriale, capace di curare la piaga dell'emigrazione, ancora sanguinante per una valle ai margini del benessere.

La chiesa parrocchiale di San Biagio sorge isolata in suggestiva posizione su una collinetta a sud del paese oltre il Rio Ofsa. La sua origine non è nota; la prima menzione della chiesa viene fatta negli Atti Visitali del 1531 e ci rivela che era dedicata ai Santi Biagio e Giorgio, e possedeva un cospicuo corredo liturgico tra cui un messale manoscritto, cosa abbastanza rara e preziosa per quei tempi. 

Sono molte le chiese dell'antico pievado di Strigno, ciascuna carica di leggende, architetture e tesori artistici che hanno superato le prove dei secoli, delle guerre e delle catastrofi naturali per giungere fino a noi e offrirsi al visitatore che si incamminerà lungo uno fra i più suggestivi percorsi dell’Ecomuseo della Valsugana.

Il paesaggio è il tema di questa ricerca, il suo lento e incessante divenire e trasformarsi attraverso il legame simbiotico tra la presenza e le attività dell’uomo e l’ambiente. In questo contesto la cara vecchia cartolina diviene mezzo privilegiato per osservare lo stratificarsi di relazioni e mutazioni che ha come centro i nuclei urbani e la loro straordinaria capacità di farsi testimoni del tempo.

Questo è ancora la cartolina: un dispositivo del ricordo, una traccia della memoria. Vi è in queste immagini un elemento oggettivo, impersonale, che è assente nelle fotografie di famiglia (se non in quelle "ufficiali" appunto: comunioni, diplomi, matrimoni, ...) che dà ai luoghi riprodotti il crisma della tipicità. Li fissa in una immagine riprodotta centinaia di volte che diventa il luogo canonico di quel paese o luogo.

La diretta conoscenza del territorio, nel quale vive e opera, maturata in lunghi anni, unita a uno spiccato spirito di osservazione, consentono ora a Vittorio Fabris di offrire un’ esauriente ed aggiornata descrizione del patrimonio d’arte della Valsugana orientale, articolata in due volumi.